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Dal mondo.

   
   Letture n.633 gennaio 2007 - Home Page LONDRA
BORAT DIVENTA PERICOLOSO
SE VIENE PRESO SUL SERIO
  

I cinefili europei, estranei alle avventure del comico Sacha Baron Cohen, potrebbero averne sentito parlare grazie ai suoi alter ego Alì G e Borat. Alì è un assurdo aspirante gangster, pluridecorato da gioielli d’oro, che si atteggia in modo ridicolo; Borat invece è un ingenuo e sprovveduto giornalista kazako. L’espediente di Alì Baron Cohen consiste nel girovagare in Inghilterra e in America, travestito dai suoi alter ego e, a forza di domande bizzarre e oltraggiose, riuscire a mettere in ridicolo gli abitanti del luogo.

L’ultimo film di Baron Cohen vede come protagonista Borat che interpreta se stesso, questa volta in procinto di lasciare il Kazakhstan (il film è girato però in Romania) per intraprendere un viaggio attraverso l’America con l’obiettivo di fare un reportage sullo stile di vita americano. È accompagnato dal grassone del suo assistente e produttore Amzat. Il risultato è un film che sbancherà i botteghini, dal titolo volutamente sgrammaticato: Borat - Cose culturali imparate di America per fare beneficio gloriosa nazione del Kazakhstan.

Il film è estremamente divertente, ma lascia l’amaro in bocca. Forse perché il comico, nelle vesti di Borat, è così apertamente e sgradevolmente antisemita. In quanto ebreo, Baron Cohen può apparentemente fare satira antisemita senza il timore della censura. L’idea di fondo sta nel prendersi gioco dei provinciali americani, rivelando il loro latente antisemitismo. C’è un momento nel film in cui Borat si reca in un negozio di armi, in una piccola cittadina del Midwest, e chiede qual è la pistola migliore per sparare a un ebreo. Gli rispondono gentilmente: «Quello che stai cercando è una calibro 12».

Non si capisce dove si voglia andare a parare. È un affare rischioso prendersi gioco del pregiudizio sotto le mentite spoglie di un bigotto. Del resto, non tutti sono in grado di capire. Negli Stati Uniti è stato già creato un sito Internet dedicato interamente alla canzone di Borat Butta l’ebreo nel pozzo. Ecco alcuni commenti che ha provocato: «Questa canzone è così divertente... Diavolo, io stesso ho cominciato a cantarla mentre l’ascoltavo sul mio computer. Non posso incolpare le persone se la canticchiano o battono le mani al ritmo della musica. È bella e contiene un pizzico di verità». «Dovremmo ascoltare quest’uomo, dobbiamo uscire e uccidere quei ritardati, ha ragione a dire di buttare gli ebrei nei pozzi e rubare i loro soldi». Così, per tutti gli appassionati di cinema che ridono a crepapelle, che hanno afferrato il senso delle battute, che hanno capito che la stupidità è il bersaglio stesso delle battute, ce ne sono molti altri là fuori, abbastanza idioti da prenderla seriamente e trovare conferma al loro bigottismo.

Sacha Baron Cohen è Borat.
Sacha Baron Cohen è Borat.

Ma ci sono ulteriori elementi che creano confusione. Se si suppone che Borat sia il primitivo antisemita che chiama gli ebrei imbroglioni e compra un orso che lo protegga dai loro incantesimi (c’è un certo surrealismo nel film...) perché non si fa cenno ai musulmani? Dopo tutto, il Kazakhstan (il Paese reale, così diverso da quello dipinto nel film) è una repubblica dell’Asia centrale in una regione dove il fondamentalismo islamico rappresenta una minaccia. Invece, vengono messi in ridicolo coloro che frequentano la chiesa, i repubblicani, i provinciali maleducati: bersagli molto facili per il liberale Baron Cohen.

Ora il comico è stato citato a giudizio un po’ da tutti: anche dalle comparse rumene, che sostengono di essere state pagate una miseria; e dagli sfortunati americani apparsi nel film, che si sono sentiti mal rappresentati e reclutati con il sotterfugio. La satira può essere pericolosa.

Lucy Lethbridge
(traduzione di Sarah Bombelli)
   

NEW YORK
Con i disegni "en plein air" 
si coglie la vita della città

In una città con l’imbarazzo della scelta, una galleria d’arte è una fra mille. Eppure succede che ogni tanto una di queste richiami la nostra attenzione.

La School of Visual Arts è un istituto nato dalla collaborazione di due illustratori che nel 1947 hanno creato quella che allora venne battezzata la Cartoonists and Illustrators School. La scuola è cresciuta negli anni, ha trovato una nuova sede che ospita lezioni, conferenze, workshop, simposi e mostre. A questo scopo l’istituto ha allestito due spazi, il Visual Arts Museum e la nuovissima Visual Arts Gallery.

Il primo, aperto nel 1971, ha esposto le opere di giganti del calibro di Willem de Kooning, Keith Haring, Roy Lichtenstein, Robert Motherwell, Robert Rauschenberg e Andy Warhol. La seconda è stata appena aperta. Situata al quindicesimo piano dello Starrett-Lehigh Building, la galleria ha quattro spazi espositivi e un terrazzo che offre una vista mozzafiato sulla parte meridionale di Manhattan e sul fiume Hudson.

Qui, a partire dal 27 novembre, è stato possibile vedere una mostra che, per la sua particolarità, si è guadagnata un articolo su Time Out New York,e lamia curiosità. Si chiama Being There ed è una raccolta di disegni e schizzi fatti in varie zone della città. Un po’ come quelli che artisti di ogni nazionalità tracciano da noi, all’angolo di un campo a Venezia, ai piedi del Duomo di Firenze, arrampicati su per qualche collina del Chianti. Noi ci siamo abituati, qui non succede più.

New York vista da Shelley Jackson, allieva della School of Visual Arts.
New York vista da Shelley Jackson, allieva della School of Visual Arts.

Nata dal progetto di Robert Weaver, un pioniere dell’illustrazione contemporanea, la mostra esibisce disegni fatti in giro per la città. Weaver iniziò a lavorare alla scuola nel 1984 per «insegnare agli illustratori a mostrarci com’è il mondo»: la vita reale, i suoi luoghi e i suoi movimenti. Niente modelli in posa, niente momenti congelati dall’immobilità della fotografia. Per questo corso si stava all’aria aperta ed eventuali conversazioni con i passanti erano incoraggiate come forma di approfondimento del soggetto ritratto.

Sostituito alla sua morte da Carol Fabricatore, un’ex studentessa dell’istituto, l’impronta di Weaver rimane nell’eredità dell’iniziativa e negli scorci quotidiani che vi vediamo riprodotti: il Museo di storia naturale, la 42ma strada, l’Upper West Side, la splendida Grand Central Station, e poi barbieri, caffè, marciapiedi, musicisti di strada.

Nelle parole di Fabricatore, «disegnare sul posto ha a che fare con le connessioni che sentiamo, la chiarezza di ciò che vediamo, l’adrenalina e il caos intorno a noi. Pensare stando in piedi e affidarci a un processo creativo spontaneo si traducono in una serie di immagini elementari, ma fluide di vita». Questa professione, aggiunge Michael Grant, assistant director of communications della School of Visual Arts, è fatta per una razza di illustratori molto particolare: «Combina le qualità di un grafico, di un ispettore stradale e di un antropologo. Qui viene insegnato a catturare la vita in movimento e ad interagire con tutto ciò che la abita».

A ogni città i suoi scorci. Disegnati, però.

Chiara Marchelli
   

PARIGI
Scoppia il caso Littell: piace, vende, vince, ma...

Più di cinquecentomila copie vendute in soli quattro mesi. E il successo del romanzo di Jonathan Littell, Les Bienveillantes (Gallimard, pagg. 912, euro 25,00), non sembra fermarsi. Ne avevamo parlato su Letture al momento della rentrée letteraria, in settembre. Ma allora, anche se alcuni critici – in prima fila quelli del Nouvel Observateur – gridavano al capolavoro, non era esploso il "fenomeno Littell", una febbre che ha contagiato la società francese, non soltanto il mondo dell’editoria, suscitando dibattiti e polemiche senza fine.

Figlio di Robert, notissimo autore di spy story, Jonathan aveva già pubblicato un romanzo di fantascienza che ora considera come un errore di gioventù (Bad Voltage, 1989). Ma con Les Bienveillantes, oltre al successo di pubblico, ha ottenuto anche il prestigioso Premio Goncourt, il riconoscimento più ambito dagli scrittori di lingua francese.

Copertina del libro: Les Bienveillantes.Il suo è un romanzo hors norme fin dalla mole (900 pagine), frutto di una documentazione minuziosissima. Ma se fa discutere, se suscita passioni, non è soltanto per alcune sviste cronologiche o per gli errori di tedesco, è per il tema (la Shoah) e per l’io narrante, un criminale nazista che non arretra di fronte ad alcuna abiezione. Littell dice di aver voluto raccontare la storia con la voce di un carnefice, uno di quei boia incontrati nelle sue missioni umanitarie, per conto di varie associazioni, in Bosnia, Cecenia, Afghanistan, Ruanda. «Sono partito dalla mia esperienza, dal fatto di aver incrociato dei boia in carne e ossa: da qui è nata la scelta di mettermi nei panni di un nazista», aggiunge.

Ma è proprio questo il punto dolente e l’origine delle polemiche. Si può descrivere l’orrore della Shoah con gli occhi dell’aguzzino? Si può «entrare nella pelle di un criminale» senza lasciarsi sfiorare dal sospetto di indulgenza o, peggio, di torbida fascinazione, per il carnefice? A difesa di Littell va detto che il suo personaggio, l’ufficiale delle SS Maximilien Aue, è così spregevole da non suscitare neppure il più piccolo moto di simpatia. Ma ciò non basta ai detrattori del romanzo. ««Si esce con un sentimento di orrore inaudito», dice lo storico Edouard Husson. «Ma il suo personaggio non è verosimile: Max Aue appartiene alle SS, il nocciolo criminale del regime, ma è come se svolgesse un ruolo di secondo piano nelle atrocità, passando all’azione soltanto quando costretto».

Anche il regista Claude Lanzmann, autore di un memorabile film documentario sulla Shoah, critica la scelta di aver dato voce a un carnefice, a costo di qualche contraddizione o di qualche libertà con la storia.

«Non cercavo la verosimiglianza, ma la verità», ribatte lo scrittore. «Ma la verità romanzesca è di un altro ordine rispetto alla verità storica o sociologica». Ed è questa verità romanzesca ad aver convinto critici esigenti come Jerôme Garcin o studiosi come Marc Fumaroli, che difendono a spada tratta il libro. Agli occhi di molti, Littell ha un merito indiscutibile: aver mostrato in tutti i suoi meccanismi, con una documentazione di prima mano, l’orrida contabilità del male, la barbarie amministrativa dei ragionieri del crimine che serviva a mascherare di banalità il male assoluto.

Piero Pisarra
   

MADRID
Sorpresa: i classici catalani superano la Manica

Recentemente è stata pubblicata in inglese una parte di Crónica (Cronaca) dello scrittore catalano Ramón Muntaner (1256-1336) e una selezione di poesie del poeta valenciano Ausiás March (c. 1397-1459). Si tratta di due degli scrittori in lingua catalana più significativi del basso Medioevo, due dei nomi più importanti tra quelli della letteratura classica di questa lingua. I volumi The Catalan Expedition to the East: from the Chronicle of Ramon Muntaner (2006) nella traduzione di Robert D. Hughes, e Ausiás March: Verse Translations of Thirty Poem (2006), nella versione di Robert Archer, sono arrivati in libreria col marchio editoriale della Tamesis Books, filiale di Boydell & Brewer, e fanno parte di un progetto che, in collaborazione con la casa editrice catalana Barcino, si propone di pubblicare altri classici catalani come Ramon Llull e Francesc Eiximenis.

La Crónica de Ramón Muntaner (1265-1336) consiste in un testo più di valore storico che letterario, una vera e propria chiave per comprendere la storia del regno di Aragona. Fa parte di un corpus Copertina del libro: The Catalan Expedition to the East: from the Chronicle of Ramon Muntaner.più ampio che include anche il Llibre dels fets (Libro dei fatti) e la Crónica de Bernat Desclot entrambe del secolo XIII, e la Crónica de Pere el Cerimoniós, che come quella di Muntaner è del secolo XIV. Il testo, che in un certo qual modo è costituito dalle memorie dell’autore con aggiunte di avvenimenti leggermente anteriori, consta di 298 capitoli e tratta di un periodo che va dalla nascita di Jaime I il Conquistatore (1208) all’intronizzazione di Alfonso IV il Benigno (1327), entrambi re della casa Aragonese. Tradotta in spagnolo alla fine del secolo XVI, l’opera è stata divulgata nel XIX secolo in italiano, in francese e in tedesco, finché nel 1921 è stata tradotta in inglese. Nella nuova traduzione in questa lingua, Robert D. Hughes ha adattato il testo all’inglese di oggi.

Il caso di Ausiás March è diverso, anche perché fino a oggi esistevano solo traduzioni in prosa. La versione di Robert Archer, che è a sua volta uno dei maggiori studiosi di questo poeta ed è responsabile della "Cervantes Chair of Spanish" del King’s College di Londra, è la prima che rispetta la forma in versi del testo originale. March è il primo poeta colto, che, nell’ambito della letteratura catalana, rompe con la tradizione della letteratura provenzale. Archer ha selezionato trenta poesie che danno una visione d’insieme della sua poesia, dal momento che include sia poemi amorosi (in cui si avverte una forte influenza del concetto medioevale di "amor cortese" e raggruppati in serie destinate a differenti "amate"), sia "canti della morte" e frammenti del suo Canto espiritual (Canto spirituale), testimonianza delle sue profonde convinzioni religiose.

La presentazione del volume avvenuta a Londra è stata arricchita dalla lettura dei poemi originali da parte dello scrittore valenciano Víctor García Labrado, mentre è stato lo stesso Robert Archer a leggerne la versione inglese.

Robert Juan-Cantavella
(traduzione di Luigi Parodi)
   

BERLINO
E il settimo giorno i tedeschi ebbero il loro quotidiano

Tutti di domenica. Tra i quotidiani tedeschi è esplosa la battaglia per la conquista del giorno festivo, anche se non sembra che possa portare utili.

I giornali in Germania non escono alla domenica, come da noi. Solo alcune tra le maggiori testate preparano un’edizione speciale, più simile a un settimanale, con una redazione separata, e un minimo di notizie dell’ultima ora. La popolare Bild am Sonntag e la più seria Welt am Sonntag, entrambe del gruppo Springer, sono i domenicali della Bild, in media 4,5 milioni di copie al giorno, e della Welt, 220 mila copie, e si dividono il mercato alla domenica. A Berlino escono le edizioni speciali del Tagespiegel am Sonntag, la cui diffusione è limitata alla capitale e al Brandeburgo. Ma ora la concorrenza si fa più dura.

Ad Amburgo, escono dalla fine di ottobre due nuovi rivali, il Sonttags, sempre della Springer, con una tiratura di 160 mila copie, e il Morgenpost am Sonntag, ildomenicale dell’Hamburger Morgepost, che appartiene all’inglese David Montgomery, con 110 mila copie. A novembre si è aggiunto lo Schlewig Holstein am Sonntag, diffuso nelle regioni settentrionali sul Mare del Nord e sul Baltico, con 50 mila copie. Il prezzo va da 50 a 80 centesimi, molto meno rispetto a Welt (2,40 euro) e Bild (1,40). Non è finita: a Berlino, sembra probabile l’uscita di un Berliner Zeitung am Sonntag, e presto potrebbe apparire anche a Monaco una Süddeutsche Zeitung am Sonntag con diffusione nazionale.

La ricetta della domenica è semplice: una pubblicazione divisa in dorsi separati, attualità, cultura, sport, viaggi, e così via, in modo che i membri della famiglia possano leggere al mattino dopo la colazione, tutti insieme, le notizie preferite. Gran parte del domenicale è prefabbricato: reportage, non sempre collegati agli eventi della settimana, anticipazioni, approfondimenti, commenti, molti articoli di viaggio. Un numero ridotto di redattori è di servizio al sabato per coprire eventuali avvenimenti importanti, all’interno e all’estero.

Fa eccezione lo sport: in Germania il campionato di calcio si svolge al sabato, e ovviamente si riportano le cronache degli incontri. Bisogna ricordare che qui non esistono quotidiani sportivi come in Italia. Ma le abitudini sono cambiate negli ultimi anni: il rito della colazione familiare, tutti insieme per un paio d’ore, va scomparendo. Si preferisce uscire, dedicarsi a qualche attività, sportiva o culturale. Si dedica meno tempo alla lettura. E già al sabato sera, nelle edizioni on line dei maggiori quotidiani appaiono ampi resoconti sulle partite.

I due domenicali della Springer sono calati negli ultimi cinque anni da 3 milioni di copie a 2,6 anche a causa della decisione della Frankfurter Allgemeine di scendere in campo nel 2001. La Faz am Sonntag dedica più spazio dei rivali a economia e finanza, e benché la tiratura sia molto ridotta in confronto a Bild e Welt èdipoco in attivo. C’è spazio anche per Süddeutsche Zeitung, di Monaco, tra i migliori quotidiani di Europa? Forse no, ma gli editori sono preoccupati di non lasciare spazio alla concorrenza. Si teme che il "tradimento" domenicale possa estendersi al resto della settimana. I domenicali, inoltre, più colorati e meno seriosi, possono venire offerti come "extra" agli inserzionisti. Infine, tutti i quotidiani, nazionali o regionali, sperano di fronteggiare la concorrenza di Internet: nemmeno per un giorno bisogna correre il rischio di lasciare i propri lettori senza quotidiano. Qualcuno potrebbe scoprire di poterne fare a meno per sempre.

Roberto Giardina

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