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Recensioni.Il libro del mese.

   
Sguardi di donna
tra arte e vita

di Marina Verzoletto


   Letture n.633 gennaio 2007 - Home Page

Alina Marazzi,
Un’ora sola ti vorrei,
Rizzoli, 2006, pagg. 135 + dvd video, euro 19,50.
  

Per una volta, il libro del mese... non è un libro. La formula "libro più dvd" è quasi una moda, sicuramente una tendenza consolidata di un’editoria in cerca di nuovi fruitori. Nel caso di Un’ora sola ti vorrei di Alina Marazzi, però, l’audiovisivo risulta nettamente più importante del volumetto cartaceo che gli fa da fin troppo discreto accompagnatore: un documento di lavoro, certamente utile ma da non assumere come testo autonomo. Ecco perché al consuetoCopertina del volume. incontro in redazione è presente il nostro specialista in fatto di linguaggio cinematografico, Gianni Canova. Il piccolo (55 minuti), pluripremiato film che Alina ha costruito per essere ancora almeno "un’ora sola" in compagnia della madre Liseli (Luisella Marazzi Hoepli), inghiottita dal gorgo della depressione e morta suicida nel 1972 quando lei aveva solo sette anni, ci offre, come sottolinea il direttore don Rizzolo, diversi spunti di discussione, sia circa il genere di prodotto (libro con dvd), sia sull’opera specifica.

Il primo rilievo che emerge è un "avviso ai lettori": si può rimanere spiazzati, qualora si adotti l’approccio consueto al bibliofilo letterato, che, non essendo riuscito a intercettare in precedenza un passaggio del film al cinema o in televisione, dia per scontato di poter cominciare dalla lettura del libro, o peggio limitarsi alla lettura stessa. Richiamata l’attenzione su questa necessaria premessa, anche l’accostamento allo specifico filmico dell’opera presenta non pochi motivi critici, oggetto di puntuale disamina da parte di Canova. Un fruitore pur di buona cultura – osserva Rizzolo – ha infatti qualche incertezza nel valutare un’opera che fatica a collocarsi nelle tradizionali categorie del film di finzione ma anche del documentario.

Non è un caso: nella contaminazione di generi tra fiction e documentario hanno luogo oggi alcune delle sperimentazioni più innovative; citiamo un solo, celebre nome, quello di Werner Herzog. Come spiega Canova, Un’ora sola ti vorrei è un primo interessante esempio italiano di questo filone, da noi ancora poco noto, che attinge a materiale filmato preesistente; in questo caso, in particolare, agli home movies nei quali la tecnologia consente di "immortalare" la vita della propria famiglia. L’interesse teorico risiede nello scardinamento della tradizionale nozione di "autore": nell’opera in questione l’autore del film, Alina Marazzi, non è la persona che ne ha girato le immagini, ossia, salvo poche eccezioni, il nonno, l’editore Ulrico Hoepli.

Questo aspetto di teoria del linguaggio filmico si intreccia in un nodo denso di significati con gli aspetti di contenuto psicologico ed emozionale. Per sua esplicita dichiarazione – sulla quale naturalmente un approccio psicanalitico avrebbe molto da scavare – Alina non aveva se non scarsissimi ricordi della madre. Questo vuoto della memoria cosciente è stato riempito grazie alle lettere conservate dall’amica di Liseli, Sonia, e poi, soprattutto, grazie alla riscoperta del patrimonio di filmati realizzati dal nonno. Ulrico era un appassionato cineamatore, con una competenza più che da dilettante. Del resto, fin dal 1907 tra i celebri manuali editi dalla casa fondata dall’omonimo prozio non mancava Il cinematografo e i suoi accessori; nel 1936, prima di cederla a Rizzoli, Hoepli aveva iniziato la pubblicazione della rivista Cinema e nello stesso anno Gianni, fratello di Ulrico, presentò un cortometraggio al Festival di Venezia.

Grazie all’occhio della cinepresa, retaggio di famiglia, si crea un singolare gioco di sguardi tra le generazioni: giunta all’età che sua madre aveva quando morì, Alina "vede" Liseli bambina. Questo "corto circuito" è parte di una più complessa stratificazione di sguardi e di autori. Il primo sguardo è quello dell’operatore Ulrico, che non si limita a fare filmini familiari ma mette in scena un’immagine di famiglia alto-borghese ideale: si spiega così la scelta di non raccontare solo la storia di Luisella, ma di dedicare la prima metà del racconto alle precedenti, apparentemente serene vicende della dinastia, tra le quali però compaiono allusioni alla futura, drammatica sorte della protagonista. Proprio nella "messa in scena" familiare ha infatti il suo germe il male di vivere di Liseli: la giovane donna non riesce a riconoscersi in quel ruolo di moglie e mamma borghese, che sua madre Teresa incarna invece con tanta perfezione e naturalezza.

Grazie alla magia del cinema, Teresa e Liseli si scambiano sguardi di donna tanto psicologicamente veri quanto cronologicamente impossibili; ma il disagio emerge nelle citazioni di lettere e diari di Liseli. Se la parola di Liseli-Alina – è la figlia, voce narrante di tutto il film, a dar corpo sonoro agli scritti della madre – costituisce il secondo strato prospettico, il terzo sguardo (volendo se ne potrebbero trovare altri, parziali) è l’operazione di montaggio realizzata dalla stessa Alina con l’apporto tecnico di Ilaria Fraioli e, per la sonorizzazione, di Benni Atria.

Il risultato ha un forte impatto emozionale – peraltro non così immediato, ma crescente con visioni ripetute – e un evidente esito terapeutico, per l’autrice e per molte persone che hanno vissuto tragedie simili; rimane da verificare se abbia anche un valore estetico. È quanto contesta con decisione Ferruccio Parazzoli: pur disposto a riconoscere l’interesse dell’analisi condotta da Canova sugli aspetti tecnici specifici al linguaggio audiovisivo, rileva in Un’ora sola ti vorrei solo, nella migliore delle ipotesi, capacità professionale, non qualità d’arte creativa. Senza la mediazione dell’arte, si rimane alla superficie dell’emozionalità e la tragedia familiare non può essere di per sé motivo capace di conferire interesse, tantomeno necessità d’esistenza a una simile opera; anzi, ci può essere persino il fastidio per l’esibizione del lutto personale, seppur si tratti di esibizionismo inconscio e autoterapeutico.

Troppa vita è qui di ostacolo alla piena realizzazione dell’opera d’arte, come suggerisce Sergio Tosatto alludendo al Tonio Kröger di Mann? In realtà il film è il frutto di una rielaborazione costruttiva tutt’altro che superficiale o banale, che agisce sia nella scelta e nel montaggio delle immagini, sia, in modo molto raffinato, nel montaggio sonoro (voci, effetti, musiche).

Secondo Canova, l’emozione che viene comunicata non deriva solo né principalmente dalla simpatia che lo spettatore avvertito riversa anticipatamente sulle protagoniste. L’emozione è in primo luogo una conseguenza della forma linguistica che il materiale ha ricevuto dall’autore – dai molti autori, ma in ultima istanza dall’autrice Alina Marazzi – attraverso il montaggio visivo e sonoro: in questo consiste il valore di testo artistico, e non solo di documento meramente privato, che a suo tempo convinse Giuseppe Piccioni a contribuire al film quale produttore.

Forse questo valore non è così evidente per tutti, o sembra richiedere una sensibilità specifica: una sensibilità "femminile", più capace di immedesimarsi negli sguardi di donna della regista e della montatrice, ma soprattutto più pronta a riconoscersi nelle molteplici identità femminili che attraverso i mutamenti storico-sociali entrano in gioco in questa vicenda.

Marina Verzoletto

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