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REPORTAGE - PADRE RUTILIO SANCHEZ

Un prete nella guerriglia
di Laura Fantozzi
  

Oggi si occupa di Sercoba, un’associazione che opera con le comunità di base cattoliche. Ma negli anni della guerra civile, è stato uno di quei sacerdoti che per difendere i più poveri decise di andare in montagna imbracciando le armi. Una scelta che lo portò a scontrarsi anche con monsignor Romero.
 

Il pick up si arrampica a fatica su una strada sterrata, nel cuore del Salvador: dopo una notte di pioggia anche cinque chilometri senza asfalto paiono un’eternità. Tilio guida sicuro mentre il fango entra attraverso i finestrini e Bibbie, bottiglie di acqua e panini rotolano sui sedili posteriori. È tardi, la gente della piccola comunità San Francesco Hicevarria, a due ore dalla capitale San Salvador, già lo sta aspettando per la catechesi settimanale.

Tilio, ovvero Rutilio Sanchez, è un sacerdote salvadoregno di quasi 60 anni, robusto, baffi e capelli foltissimi, occhi neri e gesti decisi che raccontano una vita di continua lotta, tanto venticinque anni fa, quando al fianco dei suoi parrocchiani fu guerrigliero sulla montagna, quanto oggi, come direttore di Sercoba (Gruppo di servizio alle comunità di base cattoliche).

Un giovane apprendista meccanico (foto AP/V. Ruiz Caballero).
Un giovane apprendista meccanico (foto AP/V. Ruiz Caballero).

«La storia di Sercoba inizia nel 1992, dopo la firma degli accordi di pace», ricorda Sanchez. «Gli accordi misero fine a 16 anni di guerra, interi villaggi massacrati dall’esercito, rappresentanti di organizzazioni sindacali, Chiese cristiane, professori, studenti perseguitati dal governo e fatti scomparire, l’economia del Paese bloccata, un terrore mantenuto ad hoc grazie alle armi e ai miliziani che arrivavano dal Nord America».

Nonostante la pace del 1992, El Salvador era una nazione profondamente ferita, quasi senza identità, incapace di sperare. «Per questo», continua Sanchez, «con alcuni membri del Coordinamento della Chiesa popolare (Conip) iniziammo ad andare di comunità in comunità per parlare delle stragi, della guerriglia, per ricostruire la memoria storica, per aiutare il processo di catarsi individuale e collettiva, e, soprattutto, per individuare le reali necessità della gente».

Don Rutilio Sanchez (foto L. Fantozzi).
Don Rutilio Sanchez (foto L. Fantozzi).

Il Sercoba nacque grazie all’appoggio di una missionaria laica italiana, Mariella Tapella, e al supporto economico di alcune parrocchie italiane. Oggi, il Gruppo di servizio alle comunità di base cattoliche segue 55 comunità in tutti i dipartimenti del Salvador. Sono cinque promotori, tre membri del direttivo (Rutilio, Mariella e un dottore), che promuovono cicli di incontri su educazione, salute ed economia familiare, tutti rigorosamente svolti in piccole capanne o in aule scolastiche, e organizzano centri di salute messi a disposizione dalla gente. Alle riunioni arrivano in molti, camminando anche una o due ore, volti scavati e vestiti larghi e scuri appoggiati su corpi ossuti degli uomini, trecce e colori accesi che scendono sulle spalle e sui fianchi delle donne, sorrisi silenti e un po’ affamati dei bambini e dei vecchi. Ascoltano, pregano, si confrontano riunendosi in gruppi, discutono e chiedono consigli.

Manifestazione a San Salvador per onorare la memoria di monsignor Oscar Romero (foto AP/ L. Romero).
Manifestazione a San Salvador per onorare la memoria
di monsignor Oscar Romero (foto AP/ L. Romero).

  • Padre Tilio, come lavora Sercoba? E come si finanzia?

«Non siamo una ong e non riceviamo contributi dal governo, siamo una piccola associazione che si autofinanzia inviando in Europa i prodotti di alcune cooperative artigianali e ricevendo i contributi di alcune parrocchie italiane. Il capitale maggiore di cui disponiamo sono le stesse comunità che collaborano, ci aiutano facendo propaganda e trovando i locali per gli incontri. Iniziamo sempre con un lavoro preparatorio di 90 giorni, circa 8-10 riunioni di pianificazione per costituire un gruppo di base di 5 persone che dovrà individuare le problematiche e le esigenze principali: in base a queste stiliamo un programma di incontri che può durare anche alcuni anni».

  • Quali sono le idee che sono alla base del vostro impegno?

«Il nostro principio-guida è questo: non prendere il posto di nessuno, non creare dipendenza ma, anzi, promuovere la partecipazione attiva attraverso l’educazione, la coscientizzazione e l’organizzazione comunitaria. Inoltre realizziamo alcuni programmi particolari: raccogliamo occhiali usati e portiamo un oculista nelle comunità, costruiamo forni solari per le famiglie più povere, avviamo la costruzione di biblioteche comunitarie di base, attiviamo piccole cooperative artigianali e promuoviamo un programma di adozioni a distanza».

Diversi militari salvadoregni hanno accettato di andare in Iraq, allettati dalla paga (foto Reuters/ L. Galdamez).
Diversi militari salvadoregni hanno accettato di andare in Iraq,
allettati dalla paga (foto Reuters/ L. Galdamez).

  • Come fai catechesi nelle comunità, come parli della Bibbia?

«Penso che, come ogni cittadino dovrebbe conoscere la sua Costituzione politica, così ogni cristiano dovrebbe conoscere la Bibbia. Solitamente nelle mie catechesi parto dalla conoscenza di Gesù, dal suo carnet di identità, la storia della sua famiglia, i fatti salienti della sua vita. Cerco di comunicare l’aspetto umano di un Gesù che fu Dio ma anche uomo, una persona a cui ci si può avvicinare senza paura, la cui vita può essere imitata da tutti. Gesù è simpatico, vede la vita in modo semplice e allegro, sempre pronto a rendere facili le cose difficili, amico di tutti, soprattutto dei più piccoli. La catechesi poi passa per la lettura e la meditazione del Pentateuco, i 5 libri in cui Mosè ha dettato la costituzione politica e l’identità del popolo di Israele, un popolo che per le sue lotte e sofferenze ricorda molto il nostro Salvador».

Don Rutilio Sanchez (foto L. Fantozzi).
Don Rutilio Sanchez (foto L. Fantozzi).

  • Alcuni momenti della tua infanzia che hanno segnato la tua vita di uomo, che ti hanno spinto a lottare per la libertà e la giustizia, al fianco della gente?

«Dagli anni trascorsi tra natura e animali deriva questa mia tendenza a lottare e perseverare, anche nei momenti più duri. Mio padre era un campesino, un domatore di cavalli, uomo ribelle sempre fuori dagli schemi. Un giorno mi portò in città per la vendita del raccolto: il negoziante ci chiese di scaricare subito tutta la verdura e mio padre rifiutò. Dopo un’ora di trattative tornammo a casa con il carretto pieno, non avevamo venduto nulla. "Io ho seminato e raccolto tutto questo", disse mio padre, "e non accetto che siano sempre altri a imporre il prezzo, a decidere il valore del mio lavoro. Ricordati, tu sei il primo che deve difendere il tuo rispetto e la tua dignità"».

Il presidente di El Salvador, Tony Saca (foto AP/ L. Romero).
Il presidente di El Salvador, Tony Saca (foto AP/ L. Romero).

  • Oltre a tuo padre, chi altri ha influito sulla tua formazione umana, culturale e spirituale?

«In seguito, mentre ero parroco di un piccolo paesello a 2 chilometri da San Salvador, furono le parole di un vescovo a scuotere la mia anima. "I poveri non ti pagheranno mai, parla ma non mescolarti con loro". Questa fu una violazione interiore, davvero, che mise in discussione tutta la mia esistenza; alla fine, però, conclusi che non erano parole per me, che senza questo sentimento di amore per la libertà e la giustizia sarei stato un uomo morto. In Salvador, ancora oggi, non hai opzioni: o accetti di essere schiavo, o te ne vai, oppure inizi a lottare. Non ho mai avuto l’anima di uno schiavo, non volevo fuggire, quindi la mia scelta è stata obbligata: restare al fianco del popolo, dei campesinos, con cui vivevo da sempre».

Preghiera davanti al monumento che ricorda le vittime della guerra civile salvadoregna (foto AP/ L. Romero).
Preghiera davanti al monumento che ricorda le vittime
della guerra civile salvadoregna (foto AP/ L. Romero).

  • E gli anni della guerra civile?

Padre Rutilio resta in silenzio lunghi istanti. I suoi occhi corrono lungo le colline. Immagini fatte di volti, di morti, di fame, di condivisione, di stenti si riflettono nelle rughe del suo volto, nel respiro più lento. Poi dice: «Chi davvero ha lottato, parla poco degli anni passati come guerrigliero. Fu per necessità che imbracciammo le armi, stavano massacrando interi villaggi, con mitragliatrici, con il napalm, con l’aviazione. Campesinos con machete e qualche fucile, bambini come corrieri, donne come infermiere, ecco quale era il nostro equipaggiamento nell’esodo di intere comunità trasferite sui monti per sfuggire alla morte».

  • Non ti sei mai posto il problema di esserti schierato dalla parte di una guerriglia che si definiva marxista, dunque ideologicamente distante dal pensiero cristiano?

«I guerriglieri che ho incontrato erano tutte persone semplici, che sceglievano di lottare senza tante riflessioni intellettuali, rispondendo a qualche cosa di forte che bruciava dentro, che diceva con forza che, per una vita degna, libera, giusta, vale la pena di rischiare il tutto».

Manifestanti contro la politica liberista del presidente Saca (foto AP/ L. Romero).
Manifestanti contro la politica liberista
del presidente Saca (foto AP/ L. Romero).

  • Oggi El Salvador, il più piccolo dei Paesi centro-americani, è anche il più vicino agli Stati Uniti, tanto da avviare una campagna mediatica per reclutare giovani salvadoregni da inviare in Iraq...

«I poveri sono da sempre merce di scambio, non vite umane. La fame spingerà molti ragazzi ad accettare i 1.600 dollari mensili promessi dall’esercito americano, circa 8 volte il guadagno medio di un lavoratore di questa nazione. Per questo lavoriamo sull’educazione, per rendere i giovani più consapevoli, per evitare o almeno limitare la loro manipolazione».

  • È sotto gli occhi di tutti l’estrema povertà del Salvador. Quali sono, a tuo giudizio, le cause?

«L’introduzione del dollaro, più di tre anni fa, ha peggiorato le condizioni di vita dei meno abbienti, trasformando allo stesso tempo il nostro Paese in un vero e proprio topo da laboratorio, in una terra di esperimenti economici per il governo di Washington. L’effetto di questo esperimento è sotto gli occhi di tutti, l’inflazione è salita moltissimo, 2 milioni di salvadoregni sono costretti oggi a lavorare all’estero, per lo più negli Stati Uniti, e le loro rimesse costituiscono oltre il 50% della ricchezza della nazione. La crisi economica si sta progressivamente trasformando in crisi sociale, come dimostra la diffusa delinquenza giovanile, l’analfabetismo primario e di ritorno, la corruzione che sempre più caratterizza le banche e gli uffici pubblici».

Manifestanti contro la politica liberista del presidente Saca (foto AP/ L. Romero).
Manifestanti contro la politica liberista
del presidente Saca (foto AP/L. Romero).

  • Ma quali sono i problemi più urgenti che il Salvador deve affrontare?

«Al di là della povertà, dello sfruttamento, uno dei problemi più grandi del Salvador è da sempre l’impunità strutturale, soprattutto nel campo della politica. La rigida struttura piramidale, che divide l’oligarchia dominante dal resto della popolazione e da sempre condiziona la giustizia e gli apparati legislativi, oggi si ripropone attraverso Arena, il partito del presidente Saca, una rete sociale che legalizza il potere della classe imprenditoriale e impedisce il regolare svolgimento di qualsiasi processo».

Mariella Tapella, co-fondatrice di Sercoba (foto L. Fantozzi).
Mariella Tapella, co-fondatrice di Sercoba (foto L. Fantozzi).

  • Molti leggono la tua esistenza con la lente della Teologia della liberazione, Vangelo vissuto al fianco del popolo che lotta per la sua liberazione, per la sua stessa vita.

«Considero la Teologia della liberazione un atto intellettuale che, pur non portando alla liberazione del popolo, è in grado di spiegare come i lottatori per la libertà vivono e muoiono; i teologi della liberazione hanno il compito di trasformare la nostra lotta in una teoria teologicamente accettabile dalla gerarchia cattolica. Un ostacolo che sempre hanno incontrato e incontrano i teologi della liberazione così come tutti coloro che parlano di libertà senza essere combattenti, è l’assenza di una forza viva nelle spiegazioni: solo chi ha rischiato di morire lottando, parla con parole davvero vive, radicate nell’esperienza personale».

Un militare sorveglia la raccolta di caffè (foto AP/D. Engle).
Un militare sorveglia la raccolta di caffè (foto AP/D. Engle).

  • Parlando del Salvador e della Chiesa, è davvero inevitabile parlare di monsignor Romero, l’arcivescovo assassinato 24 anni fa, mentre celebrava la Messa...

«Monsignor Romero è un simbolo per tutti, testimonia di come "i migliori figli del popolo vengano assassinati dai maggiori nemici della gente". Paragonerei la vita di Romero a quella di Paolo di Tarso. Come una luce acceca Paolo facendolo cadere da cavallo e dando inizio a una nuova fase della sua vita, così l’esistenza di monsignor Romero viene progressivamente trasformata dall’incontro con contadini scalzi e affamati accusati di marxismo, con cadaveri di sacerdoti assassinati, di catechisti torturati, di gente inerme massacrata in casa, in piazza, sui monti. Romero inizia a vedere, inizia a entrare in contatto con le sue parrocchie, con i sindacati, i lavoratori, i giovani, le donne, e le nuove amicizie gli allontanano le simpatie della classe ricca e potente. Il 24 marzo del 1980, di fronte all’altare, il suo assassinio».

Sostenitore del Fronte Farabundo Marti (foto AP/V. Ruiz Caballero).
Sostenitore del Fronte Farabundo Marti
(foto AP/V. Ruiz Caballero).

  • Tuttavia, il tuo rapporto con monsignor Romero, da quel che si dice, non fu sempre tranquillo...

«Ci scontrammo molte volte, anche in pubblico. Io ho sempre criticato la sua moderazione e ammirato la sua sensibilità, la sua innata capacità di comprensione. Lui mi ha dato e tolto numerosi incarichi, direzione di radio e periodico diocesano, parrocchie, direttore della Caritas, sempre affascinato dal mio radicalismo, sempre preoccupato dalla mia lotta aperta a favore del popolo. L’ho conosciuto in tre momenti differenti: come comprensivo padre spirituale quando ero in seminario a San Salvador; come intransigente segretario della Conferenza episcopale, nemico dei venti nuovi che spiravano dal Concilio Vaticano II, dalla conferenza di Puebla e Medellin; infine come arcivescovo martire, uomo dalle prediche radicali, punto di riferimento per tutta la comunità cattolica salvadoregna. Tentarono di uccidermi almeno otto volte, e lui, monsignor Romero, mai mi negò appoggio e compagnia, nonostante non condividesse le mie posizioni estremiste».

Laura Fantozzi

Jesus n. 6 giugno 2005 - Home Page




 



 


   


   

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