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LUCIO BATTISTI (2) - Gigi Vesigna ricorda il "suo" Battisti, dagli esordi fino al grande successo

«QUELL’INTERVISTA
CON LUCIO IN BRACCIO»

di GIGI VESIGNA
   

   Famiglia Cristiana n.37 del 20-9-1998 - Home Page Le prime canzoni, l’incontro con Mogol, il taglio della chioma. E quella volta al Festivalbar: «Lucio si calò da una finestra e mi trovò sotto ad aspettarlo».

Milano, 1967, corso Europa, un appartamento di 60 metri quadri, due giornalisti nella redazione di un settimanale che si occupa di canzoni e cantanti, una centralinista-segretaria, un ragazzotto schivo, scostante, che con mille stratagemmi evitava di socializzare. Uno dei giornalisti ero io, quel ragazzo era Lucio Battisti.

L’aveva parcheggiato da noi una frizzante francesina, Christine Leroux, che ogni giorno ci parlava della sua nuova scoperta. «Un autore straordinario e rivoluzionario», diceva, «che diventerà anche un grande interprete». I discografici lo dicono sempre: per loro ogni scoperta è un progetto di fenomeno. Ma quel ragazzo di 24 anni, con la capigliatura a cespuglio e un foulard al collo, aveva già scritto Per una lira, inciso dai Ribelli, Uno in più, che il trasgressivo Ricky Maiocchi aveva portato ai vertici delle hit parade, e Dolce di giorno per i Dik Dik.

«Lucio», ordinò un giorno Christine, «prendi la chitarra e vieni a suonare per questi amici». Breve presentazione, neanche una stretta di mano, e poi la stanza si riempì della magia di quella chitarra. Le canzoni che già conoscevamo diventavano più belle perché l’istrice suonando si rilassava: scoprimmo che la sua voce aveva il suono di uno strumento fino ad allora inascoltato. Poi, il momento indimenticabile. «Adesso», lo incoraggiò Christine, «Lucio vi farà ascoltare la sua ultima composizione». Per la prima volta ascoltai 29 settembre. Lo spazio di un mattino e quel pezzo era già in testa alle classifiche, inciso dall’Equipe 84.

Proprio grazie a Maurizio Vandelli, leader dell’Equipe 84, Lucio incise il primo disco: un 45 giri che si intitolava Per una lira. È l’inizio della leggenda, ma anche, per Lucio, di una serie di obblighi che mal sopportava e ai quali si rassegnava con disagio.

Lo star-system, in quegli anni assai più attivo, voleva lanciarlo facendolo apparire sui rotocalchi il più frequentemente possibile. Così, quando arrivò in Italia una cantante inglese che ostentava una pettinatura a cespuglio simile a quella di Battisti, Christine combinò un servizio fotografico a effetto: una vasca da bagno piena di schiuma, da una parte emergeva la testa dell’inglese, dall’altra quella di Lucio. Un’idea che piacque ai settimanali e ottenne molto spazio. Ma quando Christine gli mostrava le riviste, lui appariva desolato. Tentarono, poi, di inventargli un flirt con un personaggio del mondo del cinema. La solita manfrina: un paparazzo neanche troppo mimetizzato è in agguato dove la coppia arriverà. I due, ovvio, sanno che saranno ripresi, ma ostentano indifferenza. Il fotografo usa il teleobiettivo per accentuare la sensazione del "rubato" e così nasce lo scoop.

Taccio i nomi delle fanciulle che, contattate, si dissero disposte a fingere. Ma Lucio fu irremovibile. Ogni nome proposto provocava un no sempre più risentito. Finché esplose anticipando quello che poi sarebbe stato il suo stile di vita: «Accetto tutto, se il fatto riguarda soltanto me. La mia vita privata però lasciatemela».

Se è possibile identificare il momento preciso in cui Lucio e io diventammo amici fu proprio quando, dopo la sua sparata, mi schierai dalla sua parte. Non che la sua fiducia mi abbia dato, in seguito, particolari privilegi. Lucio non amava le interviste, evitava i giornalisti che per conto di testate sempre più prestigiose gli chiedevano un incontro. In questo senso lo salvò non poco il sodalizio con Giulio Rapetti, Mogol.

Tanto schivo e taciturno era Lucio, tanto volentieri si concedeva Mogol. Le loro canzoni nascevano da un’incredibile simbiosi: parole e musica ruscellavano insieme fino a formare episodi memorabili. Poi Mogol, che su Battisti aveva un forte ascendente, decise di compiere un gesto clamoroso, che destasse interesse anche nei quotidiani più restii a occuparsi di canzoni.

«Lucio, devi tagliarti i capelli», disse Mogol, «e poi io e te andremo da Milano a Roma a cavallo». Sembravano farneticazioni, ma a Lucio l’idea della cavalcata piacque. Così si assoggettò al taglio della chioma. Ero presente quando Rolando, che ancora non era il coiffeur delle dive, sforbiciò la chioma di Lucio. Il fotografo scattava e i capelli coprivano il pavimento. Le foto furono pubblicate; Mogol con il nuovo Battisti partì per Roma. A cavallo i due percorsero la Penisola accompagnati da un camper nel quale la sera si riposavano qualche ora.

In quell’occasione ebbi modo di entrare un po’ di più nella guardia stretta di Battisti. Niente interviste, però. Soltanto chiacchiere amichevoli che, con la sua approvazione, diventavano articoli. Mogol aveva visto giusto: quel viaggio fu seguito da tutta la stampa.

Conobbi, in quel periodo, Grazia Letizia Veronese, giovane segretaria del Clan Celentano. Implacabile nel bloccare qualsiasi manovra di avvicinamento ad Adriano, fuori dal lavoro era simpaticissima. Lucio la conosceva da prima di me. Ma nessuno lo sapeva. E quando si sposarono, segretissimamente, il mondo della musica se ne meravigliò.

Pubblicai le foto della festa di fidanzamento, scattate da un parente. Lucio se la prese moltissimo con me, ma molto di più con il "traditore". Si arrabbiò parecchio quando misi in copertina, ripreso con un teleobiettivo, lui con in braccio il figlio Luca, appena nato. Già erano i tempi della grande svolta, la scelta di scomparire.

Il mio ricordo più bello risale al 1970. Battisti partecipava per la terza volta di seguito al Festivalbar di Vittorio Salvetti che, in quegli anni, aveva la serata finale ad Asiago. Lucio aveva vinto nel ’68 il Disco verde con Prigioniero del mondo. L’anno dopo aveva trionfato tra i big con Acqua azzurra, acqua chiara, e poi con Fiori rosa, fiori di pesco. Fui spedito a intervistarlo.

Chiesi udienza. Risposta: «Non se ne parla proprio». La finale era in piazza e Lucio doveva esibirsi e poi uscire da un passaggio protetto. «Gigi», mi chiamò in disparte Salvetti, «se ti piazzi sotto la finestra del Municipio, lo becchi. Uscirà di lì». La finestra era al piano terreno. Ancora scrosciavano gli applausi quando Lucio si calò. Me lo trovai quasi tra le braccia. «Hai vinto», disse. Andammo a piedi, chiacchierando, sino all’hotel dove alloggiavamo.

Questa fu la mia ultima intervista con Lucio Battisti. Lui prese la chiave della stanza e mi diede la buonanotte. Oggi quell’immagine è ritornata nitida, forte nella mia mente. Ciao, Lucio, riposa sereno.

Gigi Vesigna

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